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giovedì 22 maggio 2014

Il paro e lo sparo

Mi faccio due conti, perché domenica si vota non per le scelte di politica nazionale ma per quelle Europee. Mi sarebbe piaciuto trovare più spazi in cui discorrere del "a che ci serve l'Europa"; ma la disfida di Barletta ci appassiona sempre di più delle questioni serie. A Roma lo sappiamo bene: vincere un derby vale quasi quanto vincere la champions league. Comunque a me il calcio non interessa e allora avanti.

Quindi mi faccio due conti: dov'è che non arriviamo da soli e quindi ci serve una sede di ragionamento Europeo? Oh bella: dove le scelte nazionali da sole non basterebbero. La tentazione autarchica è un vizio vecchio, ma poi alla fine ti porta ad indossare cappotti scomodissimi e a riscaldarti con roba che fa male alla salute. 

Per cui, innanzitutto, c'è ancora la questione delle energie. Con i singoli stati che fanno i piacioni con Putin, fino a perdonargli le peggiori nefandezze, c'è solo da sperare in una botta di governo europeo per dire quello che i movimentini ripetono da anni: l'energia buona è quella che sta sotto casa. Che è poi un principio bellissimo: perché richiede tecnologie sviluppabili solo da una ricerca che metta insieme le teste migliori e più produttive; e però conseguentemente può avere un effetto di redistribuzione che altro che gli 80 euro! (che poi sono 960 e comunque meglio quelli di una ditata nell'occhio).

Poi c'è la questione dei confini e della sicurezza. Giacché è dal 1916 che non usano più le guerre di trincea, io non capisco per quale motivo, oltre i consueti interessi di baracca, ci si debbano tenere gli eserciti nazionali. Dobbiamo dichiarare guerra alla perfida Albione? Inutile, perché continuerà a rimanere perfida. Forse magari a rimettere insieme gli armamenti risparmiamo, ci sentiamo più sicuri e otteniamo apparati più efficienti. Visto che comunque l'Europa è sufficientemente pacifica (a parte Albione, che è sempre perfida e guai a toccarle le Malvinas) ma qualche testa calda in giro sempre la trovi. Estote parati? E pariamoci, ma come si deve. 

Poi c'è un'altra cosa che mi sembra irrinunciabile, ed è mettere mano ad una PAC (scusando il vizio: politica agricola comunitaria) in cui magari anche gli atri si convincano che Italiani e Francesi do it better. Perché al momento sta prevalendo qualcun altro, di quelli che dicono che va bene la cioccolata senza cacao e il vino senza uva. Che ci sta, per carità, anche la birra moretti ora la fanno col limone: ma qualcuno dovrà portare in giro per il mondo il fatto che come produttori di colesterolo caseario e allegrie etiliche quello che facciamo noi e i cugini è una eccellenza internazionale? Ecco, in questo (passate le sbronze all'etanolo) noi ci difendiamo bene, ma se arrivassimo a capire che in agricoltura e nell'alimentazione ci sono degli strumenti di forza ai quali non va fatta concorrenza al ribasso, magari riscopriamo la forza dell'Europa culla delle culture.

La quarta cosa è la ricerca. E lo dico con un amaro in bocca che non dipende da un fegato rovinato da cioccolate di importazione, quanto dal fatto che 7 anni fa mi ero innamorato di questa cosa delle piattaforme europee di ricerca. Dico subito che noi italiani abbiamo preferito continuare a fare laboratorio da per noi, perché si sa che qui un buon risultato di ricerca serve a diventare ordinari, e non straordinari (battutaccia accademica). Però anche a livello europeo (se poi basta un livello europeo a far buona ricerca) glia la abbiamo data un po' su. Come dire: non siamo stati consequenziali. Ecco, quella cosa lì delle piattaforme va ripresa e finalizzata. Anche solo per far schiantare di invidia i giapponesi e attirare gli assegni dei russi. Possibile, fattibile, quasi quasi basta solo averne la voglia. Ma voglia di risultato, non di prebende. 

La quinta cosa purtroppo è proprio questa: serve una istanza di moralizzazione. Serve agli italiani quanto ai greci e ai polacchi e probabilmente ad altri che i panni sporchi se li lavano in famiglia e con una lavatrice silenziosissima. In fondo il fiscal compact, l'aborrito fiscal compact, serviva a dire: oh ragazzi, damose 'na regolata con le spese, che non è mica sempre estate!

Poi ci sarebbero i sogni: quello del welfare compact, di una politica salariale e fiscale omogenea (questo me lo dice sempre Massimiliano: non è giusto che le aliquote non siano universali!). Ma magari sogniamo la prossima volta.

Però resta il fatto che tutte le campagne elettorali rispetto all'Europa hanno avuto il segno "meno" o "diverso da". Cambiamo questo, leviamo quello. A proposito: voglio vedere la Le Pen come si metterà con la questione di Strasburgo. Oh si, la aspetto al varco.

Perché poi li senti i tanti che parlano male dell'Europa e ti chiedi: ma perché, voi, dove stavate? E probabilmente il problema dell'Europa è proprio quello: che ognuno se ne è rimasto a casa sua.

sabato 19 aprile 2014

Applicato, si applichi.

Succede che in Sicilia la ricerca applicata porti ad ottimizzare la coltivazione del fico d'india. Una pianta che proprio simpatica non è, soprattutto a coltivarla. Ha di buono che non pretende terreni di chi sa quale conformazione e qualità, ma richiede un sacco di cure in cambio di un po' di prodotto. Soprattutto, quando si tratta di potare le piante, lascia un sacco di materia verde, ma proprio un sacco: tonnellate per ettaro.
Via via la ricerca che si applica scopre che la foglia è si spinosa, ma metanizza che è una bellezza, ha succhi utili all'industria cosmetica, e che alla fine, quando è disseccata, si trasforma in una biomassa legnosa dalle ottime qualità isolanti, riutilizzabile anche in edilizia. Lo scarto diventa energia, materia prima, materia intermedia.
Pensate un po' che ciclo economico sostenibile: parti dal fico d'india e attraverso la ricerca arrivi all'edilizia. Se sei in Sicilia.
Se sei a Roma, invece, ostinatamente continui a puntare dritto per dritto all'edilizia come unica chiave economica. Perché, potremmo insinuare, c'è chi ha interesse alla città e chi invece ha interessi nella città? Ma no, è che non si applicano.

Asini. E parenti di asini.

sabato 12 aprile 2014

Locuste

Grillo era simpatico quando faceva il comico.
Era eroico quando sbeffeggiava Craxi.
E' stato utile quando ha fatto controinformazione e ha attaccato le grandi imprese monopoliste.
Geniale quando ha intuito che la politica si poteva rifondare solo dal basso e non nei circoli e nelle assemblee di partito.
Invocato quando si poteva tentare la strada di una legislatura di moralizzazione e innovazione.
Strategico quando ha costretto il PD a ripensarsi: di fatto spianando la strada per ora a Renzi, più avanti forse a qualcosa di più. 

Ora, povero Grillo, sta mettendo nei guai quello che ha magicamente creato inseguendo disperate posizioni di opposizione, in cui anche l'abbraccio con la Le Pen passando per la Lega non è più così impossibile. 

Fermatelo prima che si faccia male. Che resti lì, a meritare il plauso della storia. Fermatelo a tutti i costi. Anche con una martellata sul muro.  

Ciao Grillo. 

f.to Pinocchio.


sabato 8 febbraio 2014

Vir' 'o mare quant' è bello.

Se ne è accorta anche la corte dei conti: il patrimonio dell'Italia e' la bellezza. In un impeto patrimonialista hanno citato essenzialmente mattoni e pietre dove altrimenti avrei compreso beni archeologici, artistici, ambientali. Riprendiamoci la tripla A.