giovedì 18 novembre 2010

La calamità e l'inversione della prova

Inversione dell'onere della prova: il contribuente dovrà d'ora in poi dimostrare all'amministrazione (se richiesto) di aver pagato le tasse. Fino ad ora era l'amministrazione a dover contestare al contribuente che non le aveva pagate. La stessa logica si sviluppa, sulla base degli studi di settore e del redditometro, arrivando ad una presunzione di reddito. 
Fantastico: se non fosse che molte posizioni libero-professionali o di impresa individuale sono il risultato della riforma del mercato del lavoro, che ha di fatto trasformato molti precari in imprenditori di se stessi.
Se non fosse che in una situazione di crisi la certezza delle posizioni di reddito sta nel grembo di Giove, per i dipendenti quanto per i libero-professionisti.

Abbiamo un sistema fiscale che dietro la ragionevolezza degli automatismi universalistici nasconde invece un margine di discrezionalità e logiche che non appartengono sicuramente ad uno stato di diritto.

Quello che succede nelle aree colpite da calamità naturali ne è la riprova. Gli sgravi fiscali concessi alle popolazioni colpite variano assurdamente in ragione del tipo di calamità, della estensione dell'area colpita, della localizzazione geografica e delle condizioni del bilancio pubblico.

Eppure ci insegnarono costituzionalmente che il cittadino è uguale di fronte alla legge. Ma forse la legge non si estende fino al regime fiscale.

martedì 9 novembre 2010

Beato il mondo che non ha bisogno di eroi.

A proposito di Saviano: : in questo paese se fai il tuo mestiere con onestà, senza cedere a ricatti o pressioni di interessi, sei costretto a diventare un eroe anche contro la tua volontà: che tu sia un giornalista, un magistrato, un operaio o un vigile urbano.

sabato 6 novembre 2010

Popolo di pontefici.

Pompei frana, il Colosseo ha bisogno di manutenzione: ma i soldi non ci sono. 
Potremmo smontarli e recuperare l'inerte per le fondazioni del Ponte. 
Non si fa più neanche il Ponte? 
Chissà se almeno Tremonti ci compra una scatola di Lego.

lunedì 1 novembre 2010

Punto e virgola mon amour.

http://www.ioarte.org/artisti/Giulia-Di-Filippi/
Adoro i punti e virgola. Ho rispetto e considerazione anche per i due punti, ma non posso dire di amarli. Così precisi, causalistici. Enfatici. Pare che sappiano sempre quel che viene dopo.

Il punto e virgola no: è sequenziale ma non consequenziale; più relativista di un punto o, peggio, di un punto esclamativo. Meno indeterminato di un punto interrogativo.

Il punto e virgola sa che "panta rei"; che le cose non si chiudono, ma si trasformano e proseguono in modi diversi. Non ha la leggera faciloneria di una virgola (che, in fondo: può esserci o non esserci e nessuno ne sentirebbe la mancanza); ma neanche la pretesa che Après moi le déluge”. Ti lascia però il tempo di un'ultima carezza a quel che è stato e di prendere il fiato prima di ripartire.

Non nel mio cortiletto.

A Terzigno no, in Calabria no, al Mandracchio nemmeno. Vicino a Malagrotta c'ho la villetta. Sullo Stelvio ovviamente non si può. Non c'è sito per lo smaltimento dei rifiuti che non abbia vicino una comunità, un interesse naturalistico, un corso d'accqua o una falda. 
Sostengo, sostengo e sostengo; anche se comincio a pormi il problema dalla testa e non dalla coda: i rifiuti tossici. Che poi i rifiuti, così come sono, sono tutti tossici. Come hanno detto nel Napoletano, come si dirà a Roma se questa città diventerà tale: ma se non sorvegliamo il ciclo dei rifiuti al momento della sua produzione, come potremo gestirli? Abbiamo tutti un ipod con pile al mercurio nelle orecchie (l'ipod, non il mercurio) ma poi non vogliamo che venga smaltito dietro casa nostra, nei parchi naturali, vicino ai corsi d'acqua. 
http://www.genitronsviluppo.com/2009/07/20/tracciare-i-rifiuti/
Ma lo sappiamo come è fatta l'Italia? Quella dei circa 9mila comuni, dei borghi appenninici, dell'orografia che spacca il paese in due e tre e dell'idrografia breve e veloce, della maggior lunghezza di coste in europa. Parliamone, compari, parliamone se non vogliamo diventare verdi epidermicamente anziché mentalmente.
Magari cominciando da una sana obiezione fiscale alla TARSU se nel nostro comune non si fa il compostaggio.